Antinfortunistica eco-friendly: perché oggi non è più una scelta
Antinfortunistica eco-friendly: perché oggi non è più una scelta, ma una responsabilità
Come il settore della sicurezza sul lavoro sta cambiando approccio: dalla logica del prezzo minimo alla sostenibilità reale
Quando abbiamo iniziato a lavorare in questo settore, ormai più di vent’anni fa, il mondo dell’antinfortunistica ragionava quasi esclusivamente su una variabile: il prezzo.
Non importava quanto durasse un capo, non importava con quali materiali fosse realizzato, né dove o come venisse prodotto. Bastava che costasse poco. Se dopo pochi mesi era da buttare, pazienza: si ricomprava.
Era un modello semplice, lineare, apparentemente conveniente. Ma era anche un modello sbagliato.
Oggi, per fortuna, qualcosa è cambiato. Non ovunque, non sempre, ma il mercato (e soprattutto chi lavora davvero sul campo) ha iniziato a fare una valutazione più matura: prezzo / qualità / durata / impatto. E questo vale ancora di più quando si parla di DPI e abbigliamento da lavoro.
Perché l’antinfortunistica non può essere tutta “usa e getta”
Anche se il livello estetico e la funzionalità dei materiali hanno raggiunto il livello del mondo sportivo e militare, un DPI non è un capo di moda. Un pantalone da lavoro non è una t-shirt stagionale. Una scarpa antinfortunistica non è un oggetto da consumo rapido.
Parliamo di sicurezza, di salute, di persone.
Quando un prodotto antinfortunistico è scadente:
- dura poco e richiede sostituzioni frequenti;
- protegge meno il lavoratore, compromettendo la sua sicurezza;
- viene sostituito più spesso, moltiplicando gli acquisti;
- genera più rifiuti e aumenta l’impatto ambientale;
- costa di più nel medio periodo, vanificando il risparmio iniziale.
E soprattutto normalizza l’idea che la sicurezza possa essere economica perché sacrificabile.
È qui che il nostro concetto di eco-friendly entra in gioco in modo serio, non solo come l’ennesimo slogan da greenwashing.
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Eco-Friendly non significa “più verde” ma progettato meglio
Nel settore dell’antinfortunistica, parlare di sostenibilità non significa usare una parola di moda o colorare una brochure di verde.
Per noi significa:
- materiali selezionati con criteri ambientali e di sicurezza;
- processi produttivi controllati e verificabili;
- certificazioni reali e documentate;
- durata superiore rispetto ai prodotti standard;
- riparabilità, dove tecnicamente e normativamente possibile;
- filiere trasparenti e tracciabili.
Tutti i prodotti che proponiamo rispettano criteri chiari e verificabili:
- certificazione DPI di categoria appropriata, quando applicabile;
- tessuti certificati OEKO-TEX®, privi di sostanze nocive per la salute e per l’ambiente;
- standard produttivi verificabili e misurabili lungo tutta la filiera.
I prodotti che non rispettano questi criteri, semplicemente, non fanno parte del nostro catalogo.
Rana Plaza, quando il prezzo basso mostrò al mondo il suo vero costo
Nel mondo del fast fashion esiste un prima e un dopo. Quel punto di rottura si chiama Rana Plaza.
Il crollo di quel complesso industriale in Bangladesh, avvenuto il 24 aprile 2013, non ha riguardato solo marchi della moda “veloce”. In quegli stabilimenti lavoravano anche fornitori di aziende europee di abbigliamento da lavoro.
Aziende che, ancora oggi, qualcuno continua a proporre sul mercato.
Noi no. Quelle aziende non sono a catalogo.
Non perché “fa marketing”, ma perché non è coerente parlare di sicurezza sul lavoro e chiudere gli occhi davanti a come quei prodotti vengono realizzati. La sicurezza non può essere selettiva: vale per chi indossa il DPI, ma anche per chi lo produce.
Basta greenwashing, servono scelte concrete
Oggi tutti parlano di sostenibilità. Troppi lo fanno senza però cambiare mai nulla. “Abbiamo sempre fatto così” è una delle peggiori frasi che si possano sentire all’interno di qualsiasi organizzazione.
Il fenomeno del greenwashing è ahimè ovunque:
- una linea “eco” accanto a dieci linee standard di produzione;
- una percentuale di materiale riciclato senza indicazioni chiare e verificabili e misurabili;
- una produzione localizzata a migliaia di chilometri di distanza, ignorando completamente l’impatto del trasporto.
La sostenibilità vera è meno comoda, perché obbliga a scegliere. Scegliere cosa vendere. Scegliere cosa non vendere. Scegliere filiere più corte, materiali migliori, prodotti che durano di più.
Durare di più è il primo atto ecologico
Oltre 100 miliardi di capi prodotti ogni anno. Ma a quale prezzo?
Ogni anno nel mondo vengono prodotti oltre 100 miliardi di capi di abbigliamento. Sono circa 12,5 capi per ogni persona sulla Terra.
Dal 2000 ad oggi la produzione globale è più che raddoppiata.
Nel 2014 si è superata per la prima volta la soglia dei 100 miliardi di capi annui.
E le previsioni non sono rassicuranti:
- Entro il 2030, il consumo globale di abbigliamento crescerà del 63%, passando da 70 a 105 milioni di tonnellate.
- Entro il 2050, si potrebbero raggiungere 160 milioni di tonnellate, più del triplo rispetto ai livelli attuali.
Numeri impressionanti. Ma la domanda vera è: “quanto di tutto questo viene realmente utilizzato a lungo?”
Quanti vestiti possediamo davvero?
In media, una persona nel mondo possiede tra 70 e 150 capi di abbigliamento.
Alcuni dati aiutano a capire meglio:
- una donna americana possiede mediamente 103 capi.
- Nel Regno Unito un adulto arriva a 118 capi nel proprio guardaroba.
- Gli europei, in generale, hanno armadi più pieni rispetto ad altre aree del mondo.
Ma quanti di quei capi vengono veramente indossati con una cadenza regolare?
E soprattutto: “quanti di questi sono progettati per durare nel tempo?”
E qui entra in gioco una differenza fondamentale:
- Il fast fashion è progettato per essere sostituito.
- L’abbigliamento tecnico e i DPI professionali devono essere progettati per proteggere e durare nel tempo, salvo scadenze naturali dei materiali impiegati per la costruzione (plastiche negli elmetti, tessile nelle imbracature, fibre nei facciali filtranti e così via).
Un capo da lavoro non è un prodotto “usa e getta”.
- È uno strumento.
- È protezione.
- È responsabilità.
Un capo che dura il doppio:
- si produce una volta invece di due;
- si trasporta una volta invece di due;
- si smaltisce una volta invece di due.
È pura matematica, non ideologia.
L’abbigliamento da lavoro deve:
- resistere alle sollecitazioni del lavoro quotidiano;
- essere riparabile, dove possibile;
- mantenere le prestazioni tecniche nel tempo.
Ed è esattamente la direzione che stanno prendendo i produttori più seri, lungimiranti e responsabili del settore.
I DPI riparabili: la strada giusta (quando possibile)
Nel mondo dei DPI tecnici, il tema della riparabilità è centrale e sta diventando sempre più rilevante.
Petzl, azienda leader mondiale nei DPI anticaduta per i lavori in quota, sta facendo un lavoro concreto e coerente in questa direzione, introducendo:
- componenti sostituibili progettati per estendere la vita del dispositivo;
- controlli periodici e manutenzione programmata;
- estensione della vita utile dei dispositivi senza compromettere la sicurezza;
- riduzione drastica degli sprechi e dell’impatto ambientale, lungo tutta la filiera produttiva.
Non è sempre possibile riparare un DPI (e quando non lo è, va assolutamente sostituito per garantire la massima sicurezza), ma quando è tecnicamente e normativamente consentito, questa è, e sarà sempre di più la strada giusta.
Esempi concreti di sostenibilità nel settore HSE
La sostenibilità non è solo una questione di DPI di alta gamma o di prodotti di nicchia. Riguarda ogni categoria di prodotto, dalle calzature agli strumenti di lavoro. Scopriamo insieme le soluzioni proposte da alcuni nostri storici partner:
Airbank: protect, prevent, preserve
L’azienda italiana leader nella fornitura di soluzioni HSE, con prodotti, servizi, formazione ed eventi dedicati, cuciti su misura per ogni esigenza possibile.
Moltissimi dei prodotti che potete trovare a catalogo, sono realizzati con materiali provenienti da una filiera del riciclo. Nostro partner storico da più di 15 anni, con cui abbiamo condiviso decine di progetti.
I guanti GiGi di ODB: ripensare anche i consumabili
Nel mondo dei guanti da lavoro, spesso si ragiona ancora in termini di costo unitario. Eppure anche un prodotto apparentemente “semplice” può essere progettato con una logica diversa.
L’innovativa linea GiGi di ODB nasce proprio con questa impostazione: ridurre l’impatto dei materiali senza compromettere la funzionalità per l’utilizzatore professionale. È un segnale importante, perché dimostra che anche i dispositivi più diffusi e utilizzati possono essere ripensati in chiave più responsabile.
Non si tratta di un guanto “verde” per marketing, ma di un prodotto che integra sostenibilità e prestazioni operative. È da qui che passa il cambiamento reale: dalla progettazione.
Rossini e l’evoluzione sostenibile del workwear
Nel settore dell’abbigliamento da lavoro, l’equilibrio tra robustezza, vestibilità e impatto ambientale è sempre delicato. La linea R-Evolution di Rossini rappresenta un passaggio interessante: un’evoluzione che coinvolge materiali, impostazione produttiva e attenzione alla qualità complessiva del capo.
Non è solo una capsule collection simbolica. È un percorso.
Questo è un punto fondamentale: la sostenibilità nel workwear non può essere un’aggiunta del marketing. Deve essere integrata nel progetto, nella scelta dei tessuti, nei processi di lavorazione, nella durabilità del prodotto. Un capo che mantiene struttura, colore e performance nel tempo è già, di per sé, una scelta ecologica.
L’impegno di filiera: l’approccio pionieristico di Payper
Quando si parla di sostenibilità, non conta solo il prodotto finito. Conta la filiera. Conta il packaging. Conta la materia prima.
Payper ha intrapreso per primo e già da molti anni un percorso che tocca diversi livelli: dall’approvvigionamento del cotone alla riduzione dell’impatto del packaging, fino a un impegno più ampio nella gestione responsabile della produzione.
Questo tipo di approccio è interessante perché sposta la discussione su un piano più concreto: non basta inserire una fibra riciclata, serve lavorare su tracciabilità, standard di produzione con un benchmark alto e miglioramento continuo. È un percorso tecnico, non ideologico.
E nel nostro settore, la tecnica conta.
Cofra: dal PET riciclato al tessuto tecnico ad alte prestazioni
Nel mondo delle calzature antinfortunistiche, il tema dei materiali è centrale. Cofra ha sviluppato per prima al mondo, soluzioni che dimostrano come la sostenibilità possa convivere con prestazioni meccaniche elevate.
La linea RE PET Reinforced nasce da fibre di PET riciclato in combinazione con Polimadryl HT, nel rispetto della certificazione RCS per i tessuti blended recycled. Il punto interessante non è semplicemente l’origine riciclata della fibra, ma il fatto che le caratteristiche tecniche restino inalterate. Resistenza allo strappo, all’abrasione, tenuta nel tempo.
In altre parole, non si sacrifica la performance!
Allo stesso modo, il tessuto Texpet, un Jacquard da esterno realizzato con filato 100% PET conforme ai requisiti GRS, dimostra che anche i processi contano. L’accoppiatura Hot Melt di ultima generazione elimina l’uso di solventi, rendendo il processo ancora più pulito dal punto di vista ambientale. Il supporto interno in fibre 100% PET conferisce struttura e stabilità alla calzatura.
Qui la sostenibilità non è un’etichetta: è un insieme di scelte tecniche ben precise.
Ed è anche un percorso visibile: dalle bottiglie in PET al granulo, dal filato al tessuto tecnico. Un esempio concreto di economia circolare applicata al workwear.
Diadora Utility, quando il made in Italy fa la differenza
Un esempio chiaro nel settore delle calzature antinfortunistiche è Diadora Utility Glove Eco:
- prodotta in Italia con una filiera controllata;
- materiali selezionati per durabilità e impatto ambientale ridotto;
- attenzione al ciclo produttivo completo;
- qualità costruttiva di altissimo livello che ne garantisce la durata nel tempo.
Non è un prodotto “green per finta”. È un prodotto pensato per durare, e questo è il suo vero valore ecologico.
PVS, mai sottovalutare il genio italiano
Anche nel settore delle attrezzature e degli accessori professionali si sta facendo strada un approccio più consapevole. Un esempio concreto è la valigetta Futura di PVS, realizzata interamente con materiale riciclato.
Questo dimostra che è possibile coniugare funzionalità, resistenza e rispetto per l’ambiente anche in prodotti che tradizionalmente venivano realizzati con materiali vergini ad alto impatto. La valigetta Futura mantiene tutte le caratteristiche tecniche necessarie per un uso professionale, ma lo fa riducendo significativamente l’impronta ecologica.
Il tema che nessuno vuole affrontare: il trasporto
Questo è un aspetto della sostenibilità di cui si parla pochissimo, ma che ha un impatto ambientale enorme: la distanza.
Produzioni localizzate in India, Cina o Bangladesh significano:
- migliaia di chilometri percorsi via nave;
- emissioni di CO₂ enormi e spesso non dichiarate;
- tempi di consegna lunghi che richiedono scorte eccessive;
- controllo limitato sulla filiera produttiva e sulle condizioni di lavoro.
Il trasporto ha un impatto reale, misurabile, che spesso viene completamente ignorato nei bilanci di sostenibilità.
Per questi motivi è importante dare priorità a:
- luoghi di produzione più vicini possibile al mercato di destinazione;
- processi produttivi trasparenti e verificabili;
- materiali selezionati in base a criteri ambientali documentati;
- logistica ottimizzata per ridurre l’impatto del trasporto.
Non è protezionismo commerciale. Questa è la vera responsabilità ambientale e sociale.
Work Secure, coerenza anche negli spostamenti
Parlare di sostenibilità non significa solo scegliere i prodotti giusti. Significa anche essere coerenti in ogni fase operativa.
Per questo, in Work Secure utilizziamo furgoni alimentati metano per le attività operative sul territorio. Non è una scelta recente o dettata dalle mode del momento: è una scelta che facciamo da sempre, perché crediamo che la sostenibilità debba essere un impegno quotidiano, non uno slogan pubblicitario.
I veicoli a metano riducono significativamente le emissioni di particolato e di CO₂ rispetto ai motori diesel tradizionali, e rappresentano una scelta concreta per diminuire l’impatto ambientale delle attività di consegna e assistenza ai clienti. Speriamo che anche l’Unione Europea riveda alcune sue posizioni sul futuro…
Non servono rivoluzioni epocali ma piccole scelte quotidiane
A nostro avviso la transizione ecologica non la faremo con le auto elettriche, con il cappotto termico sugli edifici o con i bonus governativi.
La faremo con ogni singolo piccolo gesto quotidiano.
Anche solo scegliendo un paio di scarpe antinfortunistiche. Anche scegliendo un pantalone da lavoro che durerà anni invece di mesi.
Nel nostro settore, questo significa:
- meno prodotti di bassa qualità “usa e getta”;
- meno articoli “basici” senza identità né tracciabilità;
- più qualità, più controllo, più coerenza lungo tutta la filiera.
Non abbassiamo la guardia
Il rischio oggi non è tornare indietro. Il rischio è accontentarsi.
Accontentarsi di un’etichetta “eco” senza averne verificato il contenuto.
Accontentarsi di una parola alla moda senza pretendere azioni concrete.
Accontentarsi di prezzi bassi che nascondono costi altissimi pagati altrove (ambientali, sociali, umani).
Noi preferiamo un’altra strada:
- meno prodotti, ma migliori.
- Scelte chiare e trasparenti.
- Responsabilità reale, non dichiarazioni di principio.
- Coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo ogni giorno.
Perché chi lavora merita protezione. Protezione vera, non apparente.
E perché la sicurezza, quella autentica, non è mai a basso costo.
Grazie per l’attenzione.